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Un paio di iridi d'ametista si socchiusero nella penombra di una stanza intrisa del penetrante odore del sangue.

Quello sguardo troppo duro per appartenere ad una bambina dai lineamenti delicati, tentò di abituarsi alla seppur tenue luce che filtrava dalla stretta feritoia al di sopra della sua testa.

Un accesso di tosse le scosse il petto, bagnandole le labbra del suo sangue vermiglio e facendogliene assaporare il gusto ferreo, che sapeva avrebbe dovuto imparare ad accogliere come un vecchio compagno, da quel momento in poi.

Fu la lancinante fitta al fianco a farle ricordare le pietose condizioni in cui era ridotta.

Le numerose ferite, lacerazioni e ustioni su tutto il suo corpo minuto erano testimoni dello scontro avvenuto contro l'uomo che l'aveva ingannata, facendole credere di essere suo padre.

I suoi ultimi ricordi, dopo lo scontro all'ultimo sangue, erano vaghi e annebbiati dallo stordimento; a mala pena riusciva a ricordare di aver trascinato il peso morto di Vegeta, la sua ancora di salvezza, nella navicella grazie alla quale avrebbero lasciato quel mondo grondante di menzogne.

E così, si era lasciata alla spalle il suo pianeta natio, accolta dalla prospettiva di una vita nuova, all'insegna del sangue, del combattimento, della trasgressione di quei principi che stonavano così tanto con la sua indole selvaggia.

E non si pentiva di quella scelta tanto audace, nemmeno in quel momento, in cui si era ritrovata con i polsi incatenati alla parete di quel misero tugurio, con la pelle squarciata, livida, tumefatta.

Non era spaventata, nè tantomeno disorientata.

Sul suo viso angelico solo all'apparenza, campeggiava un'espressione di glaciale calma.

Chiuse gli occhi, e le sue labbra si piegarono in un sorriso di vittoria.

Aveva vinto nell'istante stesso in cui aveva rinnegato suo padre e la sua famiglia, quando aveva deciso di seguire la sua stirpe, con Radish e i saiyan.

In quel momento, aveva rinnegato anche se stessa, quella dolce ragazzina dagli occhi grandi, occultando la vera Angel nei meandri più remoti della sua anima.

Era tornata ad essere ciò che era veramente, una spietata guerriera assetata di sangue e vendetta.

Era tornata alle sue origini; era tornata ad essere Kaire.

Kaire studiò pigramente l'incedere del dì, indicato dal progressivo aumento della luce solare nella stanza.

Comunque sia, non aveva nulla di meglio da fare, a parte guardarsi intorno o sputare sangue.

Fu quando il cielo cominciò ad imbrunire che qualcosa oltre le catene e le pareti umide ricoperte di muffa si fece strada nel suo campo visivo.

-Finalmente ti sei svegliata, mocciosa-

Kaire mise a fuoco l'immagine dell'uomo di fronte a lei;

un essere che si poteva definire tutto tranne che un uomo, dalla pelle violacea irta di tozzi aculei e la statura molto al di sotto della media terrestre.

-Credo sia inutile chiederti come stai: questa parla da sola-

L'alieno passò un dito sulla ferita ancora non cicatrizzata che si estendeva sul ventre della saiyan.

Il dolore la raggiunse lontano, artefatto.

Forse la ferita era talmente grave che aveva smesso di sentire quella parte del corpo, o forse aveva perso la percezione della realtà, come accade nei sogni.

-Allora, ragazzina... chi sei?-

Kaire non rispose, continuando a tenere il capo chino, coperto da una cortina di capelli scurissimi.

-Sei stata tu a ridurre Vegeta in quelle condizioni?-

Sorrise.

"Allora è questo che pensano" appurò fra sè e sè.

Non le dispiaceva affatto che credessero ad un'idiozia di quel calibro.

Se avessero pensato che fosse stata in grado di sconfiggere Vegeta sarebbe apparsa più temibile di quanto già non fosse, il che le pareva un balsamo per il suo orgoglio di guerriera.

-Non rispondi mocciosa, eh? Ti ho ordinato di dirmi il tuo nome!-

L'aguzzino le era inveito contro, afferrandole il viso fra le dita adunche e forzandola a fissarlo nei piccoli occhi porcini.

Lei, di rimando, gli aveva sputato in faccia la saliva mista al sangue, facendolo ritrarre.

Il carceriere aveva soffocato un impreco, giurandole poi una morte lenta e dolorosa e priva di pietà alcuna.

Aveva prodotto un blando ki-blast dal palmo della mano, pronto a scagliarlo contro quella ragazzina troppo presuntuosa.

Kaire si era preparata ad incassare il colpo, probabilmente troppo debole anche solo per scalfirla.

Ma non arrivò.

E di nuovo, da quel momento, i ricordi tornano ad essere vaghi frammenti di immagini, sensazioni, odori.

Nella sua testa vaga appena la figura dell'alieno riversa in una pozza di sangue, con una voragine aperta sul petto;

la caduta in un tetro oblio, e la sensazione di essere stata sollevata da terra, segnano l'inizio della sua nuova vita.

Racconto appartenente a: EFP

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