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Le grida terrorizzate di alcuni bambini rompevano il silenzio nella stanza buia. Gridavano e piangevano, sperando che qualcuno li sentisse, ma invano: non c'era nessuno, tranne loro e il loro torturatore. Erano tre: un maschio e due femmine. Avevano mani e piedi legati così forte da fargli male e gli occhi non erano bendati, sfortunatamente. Un uomo si avvicinò al bambino con in mano delle forbici, si inginocchiò davanti a lui e le aprì. -No! No! Ti prego! Mamma!- gridò disperato il bambino, mentre delle lacrime gli solcavano il volto. Aveva paura, molta paura. Paura di morire, paura di soffrire. Perché a lui? Cosa aveva fatto di male per meritarsi quella punizione? L'uomo gli conficcò le forbici nel ventre e delle gocce scarlatte andarono a finire sul suo viso. Il bambino gridò dal dolore, senza smettere di piangere. Il signore iniziò a tagliargli con forza carne e pelle, fermandosi al petto del piccolo mentre quest'ultimo, urlando, aveva fatto spaventare di più le sue compagne. Arrivato al petto, tolse le forbici dal ventre, le chiuse, e iniziò a conficcargliele nel petto. Il movimento aveva fatto uscire gran parte dell'intestino fuori dal corpo e ora si trovava sul pavimento. L'uomo, non contento di quello, gli aprì la bocca a forza e, con gesto secco ed immediato, gli tagliò la lingua. Il piccolo rimase mezzo vivo: sarebbe morto tra poco per la gran quantità di sangue persa. L'adulto si avvicinò ad un banco di legno, ruvido e rovinato. Prese una sega e si avvicinò ad una delle due bimbe, la più piccola, di soli sei anni. -Ti prego, no! Non voglio morire! Non voglio!- gridò la piccola, vedendo la sega in mano all'uomo che era il suo insegnante. Il suo insegnante, la persona da cui non si sarebbe mai aspettata nulla del genere. Era la persona con cui era sempre andata d'accordo, si erano sempre aiutati a vicenda... perché quello, allora? L'ex insegnante mise la sega un po' sotto il piccolo naso della bimba e iniziò a tagliare, mentre altre grida acute si disperdevano per la stanza perforandogli le orecchie. L'ultima bimba rimasta aveva chiuso gli occhi e, piangendo, bisbigliava qualcosa sotto voce. Quando ebbe finito di tagliarle gran parte della testa, la posò sul pavimento affianco a lui. Il pavimento marrone iniziò a tingersi di rosso. Caldo e rosso sangue. Anche a lei tagliò la lingua. Non si avvicinò all'ultima bambina, una bambina con i capelli castani raccolti in due codini. Al suo posto, la piccola vide avvicinarsi a lei una bambina della sua stessa età con un vestito rosso e lunghi capelli neri: la cosa che la sconvolse, era che in mano aveva delle forbici enormi. La mora sorrise sadicamente e, velocissima, conficcò le forbici nell'occhio sinistro della castana. Un fiume di sangue schizzò sulla faccia della vittima e della sua assassina, che rideva malignamente. -Sachiko, no! Ti prego, basta! Fa male, fa male!- gridò la bambina con i codini a quella col vestito rosso. La mora, che di nome faceva Sachiko, tirò via le forbici che alla punta avevano l'occhio della piccola: lo aveva perso, aveva perso un occhio. Altre grida di dolore che, evidentemente, disturbavano Sachiko. Infatti, sparì, mentre l'uomo tagliava la lingua anche all'altra bambina, che pensava a come fosse possibile, per una bimba di sette anni, commettere simili atrocità.

-Un giorno, nella Heavenly Host, una scuola elementare, un'insegnante cadde dalle scale in circostanze misteriose e morì. Sapete che c'è di strano? Morì proprio in questo giorno...- Raccontò una voce femminile, alla luce fioca di una candela. -Si dice che, alle sette di sera in punto, si senta qualcuno bussare alle classi ben due volte...- continuò. Si girò di scatto ad osservare l'orologio e poi il volto dei suoi compagni, facendo ondeggiare i corti capelli biondi. -E poi una voce femminile che chiede "C'è ancora qualcuno, qui?" seguito da un "Andate a casa, bambini".- Quando terminò la frase, un tuono ruppe il silenzio. Poteva dire di essere riuscita a spaventare i suoi compagni, dal loro sguardo terrorizzato. Beh, tutti tranne Vegeta, ma per lei era comunque un bel traguardo. Avrebbe potuto continuare se non avesse visto l'orologio: le sette di sera. Erano ancora a scuola a quell'ora e non le era mai capitato: i preparativi per la festa di addio, per una loro amica, avevano impiegato molto tempo. Tutti sentirono bussare due volte alla porta e si voltarono verso essa: erano da soli, chi diavolo era stato? -Il... fantasma?!- chiese Bulma, con un tono che sembrava più un'esclamazione.  -C'è ancora qualcuno, qui?- chiese d'un tratto una voce femminile proveniente da dietro la porta. Bulma, Chichi e Lunch lanciarono un urlo terrorizzato, mentre gli altri erano paralizzati: che la storia fosse vera? -Andate a casa, bambini.- continuò la voce. Un tuono fece il suo ingresso con il suo forte rumore e, nello stesso istante, la porta si spalancò. Tutte le ragazze presenti urlarono, mentre i ragazzi erano rimasti a fissare la porta in cerca di una spiegazione plausibile. O forse è meglio dire che Vegeta e Tenshinahn cercavano una spiegazione, mentre Crilin era finito a terra. La luce si accese e sulla soglia fece il suo ingresso una figura femminile: aveva i capelli rossi, raccolti in una morbida coda alta, e gli occhi castani. -Prof! Che scherzi sono questi!?- esclamò Chichi, ripresa dallo spavento. La professoressa scoppiò in una fragorosa risata, per poi parlare: -Avevo ascoltato questa storia e perché mai non fare uno scherzo?- Mentre i suoi alunni sospiravano di sollievo, lei continuò a parlare allegramente: -In ogni caso, Lunch, hai una visita.- Lunch guardò la porta della sua aula, aspettando di vedere di chi fosse la visita. Appena vide entrare saltellando una bambina dai capelli biondi verso di lei, un enorme sorriso si dipinse sul suo volto. -Cuginetta!- esclamò la bambina, saltandole in braccio. -Yumi!- esclamò Lunch, abbracciandola. Sul viso della maggior parte degli studenti, si dipinse un sorriso intenerito. La professoressa tossì per attirare l'attenzione di nuovo su di sé. Tutti, compresa la piccola Yumi, la guardarono. -Ragazzi, dovreste proprio tornare a casa. So che per una persona è l'ultimo giorno in questa scuola e quindi volete stare insieme, ma credetemi, è ora di andare: i vostri genitori saranno in pensiero per voi.- spiegò dolcemente. Lunch abbassò lo sguardo, osservando un punto indefinito del pavimento bianco. Quello era il suo ultimo giorno in quella scuola e voleva stare più tempo con i suoi compagni: tutti le avevano detto che non sarebbe cambiato nulla tra loro, ma lei aveva paura di perderli. Perderli per sempre.  Bulma notò lo sguardo triste di Lunch e, sospirando, decise di prendere quella bambola di carta che teneva nascosta e di procedere con un piccolo incoraggiamento. -Professoressa, ieri, su internet, ho scoperto una specie di rituale per rimanere amici per sempre. Potrei, anzi potremo, farlo?- chiese. La professoressa la guardò, così come tutti gli altri. I rituali, la magia e questa roba simile non le erano mai piaciuti. Stava per dire di no, ma poi vide lo sguardo implorante e felice di tutti i suoi alunni. I suoi alunni, che per lei erano come dei figli: li voleva molto bene. Li aveva aiutati nelle difficoltà, aveva condiviso con loro gioie e dolori. Perché ora doveva proibirgli di fare quel rituale? Annuì, comunque non molto convinta. Bulma e gli altri sorrisero. La ragazza dai capelli azzurri fece cenno ai compagni di posizionarsi in cerchio e, dopo che questi ultimi lo ebbero fatto, iniziò la spiegazione. -Dovete ripetere nella vostra mente la frase "Sachiko noi ti imploriamo" tante volte per quanti siamo, quindi...- si fermò un attimo a contare, contando anche la piccola Yumi -...nove volte! E infine, quando tutti hanno finito, strapperemo contemporaneamente un pezzetto di questa bambola di carta.- Alla professoressa era giunta una sensazione di forte preoccupazione: stavano facendo la cosa giusta? Cosa sarebbe successo se avessero sbagliato qualcosa? Sospirò e come i suoi alunni iniziò a ripetere quella frase nove volte. Uno dopo l'altro, tutti smisero. Presero un bel respiro profondo e strapparono insieme la bambola di carta. Non successe nulla e questo fece tranquillizzare la donna. -Grazie Bulma!- esclamò Lunch felice, vedendo sorridere anche Yumi. Avrebbe conservato quel pezzetto di carta come un tesoro prezioso. Ci fu d'improvviso una scossa di terremoto: non avevano mai avuto nulla di simile. Il terremoto era fortissimo e fece cadere tutti a terra, tra grida di terrore. Non riuscivano nemmeno a raggiungere i banchi e quindi dovevano stare fermi a terra. Quando videro il pavimento cedere, una sensazione di forte terrore si impadronì di loro. Il pavimento restante era pochissimo e, in pochi secondi, cadde facendo sprofondare gli alunni e la donna in un buio profondo tra grida di disperazione e di terrore.

Racconto appartenente a: EFP

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